L’ars oratoria fra Quintiliano e Cicerone

L’importanza della parola e il suo uso come strumento persuasivo delle folle erano ben noti fin dall’antichità. Sia in greco antico che in latino erano presenti due parole ovvero ρητορικη e oratoria le quali, tradizionalmente, si sostiene che sottendano rispettivamente i sostantivi τεχνη e ars. A non essere del tutto d’accordo con questa affermazione è un illustre autore del I d. C, Quintiliano, il quale afferma nell’ Institutio oratoria: «Et haec interpretatio non minus dura est quam illa Plauti ‘essentia’ et ‘queentia’, sed ne propria quidem; nam oratoria sic effertur ut elocutoria, oratrix ut elocutrix, illa autem de qua loquimur rhetorice talis est qualis eloquentia» (Institutio oratoria, II, 14, 2).

Il celebre autore precisa anche come il termine oratoria contenga al suo interno la parola “bocca” mentre il sostantivo eloquenza rimanda al verbo “parlare”; nonostante questa opportuna affermazione, però, il termine oratoria indica l’arte del parlare. Di conseguenza Cicerone, uno dei più famosi oratori del mondo latino, enuncia: «L’oratore è colui che è in grado di parlare con ricchezza di argomenti davanti al pretore o di fronte ai giudici, davanti al popolo o di fronte al senato» (De oratore I, 11, 48).

Marco Tullio Cicerone, considerato il principe del foro per eccellenza della Roma repubblicana, sostiene che esistono due tipi di discorso oratorio: deliberativo e giudiziario. Il primo tipo riguarda un’orazione in cui si discute dell’utilità o degli svantaggi di una decisione presa mentre il secondo tipo è la classica arringa pronunciata in tribunale sia dall’accusa che dalla difesa e solitamente è rivolta al passato perché si riferisce a un fatto compiuto. Con il decadimento delle istituzioni repubblicane, l’arte oratoria venne meno e si trasformò in retorica di scuola.

Maria Stupia
Università di Catania – facoltà di Lettere Moderne

 

Maria Stupia

Università di Catania – facoltà di Lettere Moderne

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